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SONO MAGGIORENNE ESCI
Gay & Bisex

Carmelo


di Fioreaperto
26.08.2026    |    1.679    |    7 9.2
"Quando Carmelo venne, mi riempì la bocca e mi fece ingoiare il suo sperma; poi mi baciò e si addormentò con un’espressione beata..."
Faceva caldo nell’agosto del 19... Avevo finalmente trovato un lavoro al mare. L’albergo era modesto, gestito da una coppia anziana con l’aiuto delle figlie.
Era un anno che cercavo impiego. Avevo terminato l’istituto alberghiero a Torino ma, dopo lo stage, nessuno mi aveva assunto, così avevo spedito domande in tutta Italia. Avevo già ventun anni e non volevo più dipendere dai miei genitori. Quando arrivò la telefonata del signor Carlo, accettai con entusiasmo. Quella chiamata mi rese euforico: infilai un po’ di biancheria nello zaino, presi il treno e partii. I miei tirarono un sospiro di sollievo; temevano che sarei caduto in depressione se quella situazione di incertezza si fosse prolungata. In realtà, il mio malumore era dovuto solo in parte alla mancanza di lavoro o al dover rimanere in casa: c’era la storia con Luigi che mi tormentava, il vuoto delle sue notizie.
Luigi aveva trovato lavoro in Germania, aveva conosciuto un ragazzo e si erano messi insieme. Non mi aveva dimenticato, ma aveva trovato un compagno. Non era il tipo capace di restare fedele a un solo amante; diceva che la vita va vissuta appieno e che il sesso, per lui, era un aspetto fondamentale e imprescindibile. Per questo avevo cominciato a rispondere agli annunci dei ristoratori. Non importava dove: dovevo solo cercare di vivere senza di lui.
Carmelo era il cameriere di sala e anche il fattorino. Quando arrivai, il padrone mi squadrò e disse:
«Pensavo fossi più robusto, qui il lavoro è sfibrante. Te la senti?»
Figuriamoci se gli avrei detto di no.
L’albergo si trovava vicino a Livorno. Alla stazione venne a prendermi proprio Carmelo: aveva la camicia sbottonata che metteva in mostra un petto villoso.
«Ciao, sono Carmelo, il fattorino dell’albergo. Il padrone mi ha mandato a prenderti.»
Rimasi affascinato da quello splendido trentenne che mi sorrideva. Mi fece sedere accanto a lui, prese il mio bagaglio e lo caricò nel baule. Giunti all’albergo mi accolse il proprietario. La moglie era in cucina con una delle figlie, mentre l’altra stava preparando la sala per il pranzo. Dopo una breve presentazione, il padrone mi disse che avrei dormito all’ultimo piano, in stanza con Carmelo. Quest'ultimo stava entrando con il mio zaino, e l’anziano gli ordinò di accompagnarmi in camera.
Per motivi economici, la direzione ci aveva assegnato una stanza con un solo letto matrimoniale. Carmelo mi chiese se avessi problemi a dormire con un altro uomo, e io risposi di no. Mi diede la divisa. Feci una doccia e, quando uscii, lui era lì che mi aspettava. Mi diede un’occhiata e disse: «Sei ben fatto, ragazzo. Sembri robusto e snello. Vediamo come te la cavi in sala.»
Scendemmo e il padrone mi avvisò: «Per oggi ti affianco io, ma da domani dovrai cavartela da solo.»
La pensione era affollata, ma il servizio non si rivelò particolarmente pesante. Bisognava solo fare attenzione ai ragazzini di una famiglia veneta che non stavano mai seduti a tavola, mentre i genitori tubavano, ignari del mondo circostante. Quando gli ultimi ospiti uscirono, Carmelo chiuse le porte della sala da pranzo, si tolse la divisa e mi invitò a fare altrettanto per non sporcarla durante le pulizie. Restammo in costume da bagno. Io rassettai e scopai per terra, mentre Carmelo iniziò a lavare il pavimento.
Quando la sala fu riordinata, salimmo in camera. Il sudore era scivolato sul petto di Carmelo e i peli neri erano diventati lucidi, come se li avesse cosparsi d’olio. Ero affaticato e salivo lentamente i gradini; l’ascensore era riservato agli ospiti. Carmelo, passandomi accanto, mi diede una pacca sul sedere.
In camera si tolse il costume ed entrò nella doccia. Io rimasi fuori, ma lui si affacciò e disse: «Dai, vieni a farti la doccia, mica ti vergognerai?» Mi tolsi il costume zuppo di sudore ed entrai con lui.
Era veramente ben dotato. Il suo membro era enorme; lo guardai con ammirazione e desiderio. Se ne accorse e si mise a ridere. Mentre si insaponava, si accarezzava il sesso.
«Ti insapono la schiena, girati», disse. Senza darmi il tempo di replicare, mi prese per un braccio e mi fece voltare. La sua mano cominciò a scivolare delicatamente sulla mia pelle, scese verso le natiche e si soffermò lì. «Hai un bel culo sodo», sussurrò, appoggiando il suo sesso contro di me. Avrei dovuto dirgli di fermarsi, ma non ci riuscii. Mi prese lì, sotto la doccia. «Ti hanno già scopato», disse mentre spingeva dentro di me, «meglio così.» Si spinse a fondo con foga, lo sentii stantuffare, poi venne e mi inondò.
Si sciacquò, aiutò anche me a lavarmi, poi uscimmo dalla doccia, ci asciugammo e ci sdraiammo nudi sul letto. Dopo un po’ si avvicinò: «Ti è piaciuto, vero? Anche a me. Ma per terminare in bellezza devi farmi un pompino.» Con un gesto felino si alzò, mi accostò il sesso alla bocca e lo spinse dentro. Succhiai a lungo quel membro duro e meraviglioso. Quando Carmelo venne, mi riempì la bocca e mi fece ingoiare il suo sperma; poi mi baciò e si addormentò con un’espressione beata.
Quello fu il mio primo giorno di lavoro alla pensione.
La sera terminavamo abbastanza tardi e, non appena ci ritiravamo in camera, facevamo sesso prima di addormentarci o appena svegli, prima di alzarci.
Una sera Carmelo mi disse di uscire. Prese la macchina e andammo sul lungomare, verso il porto. Entrammo in un bar e un gruppo di ragazzi si avvicinò a lui.
«Sei tornato, figlio di buona donna!», esclamò uno. «E questo chi è?»
«Il nuovo cameriere» rispose Carmelo.
«Te lo scopi?»
«Se ha un bel culo, potrebbe aiutarti a pagare il debito.»
Avrei voluto scappare, ma un tizio mi afferrò per un braccio e mi trascinò sul retro del locale, in una stanza buia dove c’era un letto piuttosto sudicio. Mi bloccarono in quattro, mi stesero sul materasso, mi spogliarono e mi incularono a turno. Quando si furono divertiti abbastanza, mi fecero rivestire e mi riaccompagnarono da Carmelo.
Il capo della banda disse che era andata bene e che il debito era saldato. In quel momento detestai Carmelo per avermi usato, ma una volta in macchina lui mi sorrise e disse semplicemente: «Grazie.»
Mi sentivo umiliato, ingannato. Eppure, subito dopo, pensai che Carmelo mi piaceva e che fare sesso con lui era stato bello. Ci misi una pietra sopra. Quella notte, e per quelle successive, continuammo a fare l’amore. Carmelo era un amante straordinario, dolce e deciso al tempo stesso: quando mi penetrava mi baciò, mi accarezzava il viso, poi, come per un improvviso cambio d’umore, iniziava a dare colpi sempre più potenti fino all'orgasmo. Poi mi succhiava il cazzo; era un maestro in quello. Io non ero molto resistente e venivo quasi subito, ma lui non volle mai assaggiare la mia sborra.
Carmelo aveva il vizio del gioco: non faceva in tempo a riscuotere lo stipendio che lo aveva già dilapidato. Lo capii chiaramente qualche settimana più tardi, quando mi chiese di tornare al bar per aiutarlo a saldare un altro debito. Gli domandai con quanti avrei dovuto andare quella sera, e lui candidamente mi rispose che mi aspettavano dei marinai.
Il bar era fumoso. Cinque uomini sedevano a un tavolo. Carmelo andò dal barista, che gli porse la chiave della stanza, e mi accompagnò di sopra. Mi fece spogliare, mi fece sdraiare sul letto e poi uscì.
La stanza era al buio. Quando la porta si aprì, vidi la sagoma di due uomini alti e ben fatti; mi parve di riconoscere due di quelli seduti al tavolo di sotto. Si avvicinarono al letto e, mentre si spogliavano, mi accarezzarono il sedere. Mi afferrarono per le gambe e le allargarono, esponendo il mio buco.
L’uomo che mi teneva fermo disse all’altro: «Apri la porta, falli entrare.»
Gli altri tre fecero rapidamente ingresso e si spogliarono. Sentii un membro penetrarmi e stavo per urlare, ma la bocca mi fu subito riempita da un altro sesso. Andarono avanti per tutta la sera, prendendomi a turno nel culo e in bocca.
Infine la porta si aprì di nuovo e apparve il barista: «Ragazzi, il tempo è scaduto. Rivestitevi e uscite.» Poi si avvicinò al letto dove ero rimasto disteso, con il corpo dolorante. Mi prese per un braccio e mi accompagnò alla doccia: «Lavati, vestiti e scendi.»
Eseguii gli ordini e scesi. Carmelo mi aspettava con l’aria serena. Si alzò non appena mi vide e si diresse verso la macchina.
«Aspettami qui», mi disse, «vado a fare una commissione e torno a prenderti, così rientriamo insieme.»
Verso mezzanotte, mentre mi stavo ormai addormentando su una sedia, il barista mi riaccompagnò di sopra nella camera, mi fece spogliare e fece sesso con me. Verso le quattro del mattino Carmelo non era ancora tornato. Il barista mi fece rivestire, chiamò un taxi e mi fece riaccompagnare all’albergo.
Entrai dalla porta di servizio, salii in camera per una doccia rapida e scesi subito in sala per iniziare il servizio.
Il mare era calmo; l’azzurro dell’acqua si rifletteva sulla facciata del dehors dove i clienti stavano facendo colazione. Il padrone mi domandò: «Carmelo dov’è?» Risposi che non lo sapevo, ed era la verità. Mi aveva lasciato in quel bar a pagare i suoi debiti e poi era sparito. Capii che se n’era andato senza dire nulla a nessuno per paura dei creditori ai quali doveva ancora molto denaro, come mi aveva spiegato il barista; quella sera io ero stato solo un acconto.
Due giorni dopo, il padrone fu contattato dai Carabinieri di... Avevano trovato un ragazzo morto vicino alla spiaggia con addosso i documenti di Carmelo. Gli avevano sparato mentre tentava di raggiungere la strada, dove c’era ancora parcheggiata la sua auto.
Quando tornò, il padrone mi disse: «Stai lontano dai tavoli da gioco. Guarda che brutta fine ha fatto Carmelo.»
Poi telefonò ai parenti del ragazzo per informarli dell’accaduto e all’agenzia di collocamento per richiedere un altro fattorino.

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